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La digitalizzazione è ineludibile. Ma come fare per calcolare il Roi degli investimenti?

di Gianluigi Torchiani

18 Mag 2017

Il ritorno dall’investimento nel digitale è difficile da calcolare, ma possono essere seguite alcune semplice regole.

Le imprese dovrebbero investire quanto più possibile nelle nuove tecnologie digitali. Su questo siamo tutti d’accordo. Il problema, come sempre, nasce nel concreto, ovvero quando gli imprenditori si trovano a decidere se investire o meno in uno specifico progetto di digitalizzazione, ad esempio nel cloud. Quello che sempre chiedono gli amministratori delegati a chiunque avanzi una proposta è che il tempo di ritorno dall’investimento sia ragionevolmente corto. Su questo “ragionevolmente” occorre naturalmente intendersi: aziende più piccole tendono a chiedere payback più immediati, mentre quelle più grandi possono essere disposte ad aspettare qualche anno in più.

I rischi delle valutazioni sbagliate

Il punto è che, però, non è affatto semplice stimare il ROI di un progetto di trasformazione digitale, che per l’appunto implica fare qualcosa che non si è mai fatto prima. Non solo: in un panorama digitale che cambia faccia nel giro di pochissimi mesi, il rischio di incappare in valutazioni sbagliate è piuttosto elevato. Un recente studio dell’istituto di ricerca di Genpact ha recentemente scoperto che, su quasi 600 miliardi di dollari spesi per progetti digitali, quasi 400 miliardi di dollari sono stati investiti in progetti che alla fine non rientrano nelle aspettative e nei rendimenti previsti. Il problema è che non è sempre facile definire relazioni causali affidabili tra progetti digitali e performance di business. E non è detto che la cultura aziendale faciliti la collaborazione tra manager, soprattutto se questa non è promossa dall’alta direzione.

 

Ecco perché gli investimenti latitano: secondo un recente report elaborato per Assiteca dagli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, meno del 25% delle imprese investe più dell’1% del fatturato in tecnologie Information&Communication, contro il 69% che si ferma al massimo al punto percentuale. Solo il 3% dedica all’innovazione oltre il 5% dei ricavi e c’è addirittura un 7% che non ha effettuato nell’ultimo anno alcun investimento in tecnologie digitali. La media complessiva è pari all’1,1%.

Quale digitalizzazione

E’ bene però chiarirsi su che tipo di digitalizzazione stiamo parlando. Un esempio che ormai è classico è quello dei software defined center: in buona sostanza si tratta di un  modello architetturale di risorse condivise che elimina i silos (elaborazione, rete, storage) costruiti per ogni singola applicazione, mediante provisioning, controllo, e reporting realizzati via software. Non solo: si tratta di una soluzione che è indipendente dai vendor delle risorse sottostanti e che disaccoppia il provisioning delle applicazioni delle risorse fisiche. Realizzando così un data center che può essere programmato come un software. Un altro esempio è il cloud, in particolare sotto forma di Infrstructure as a service, che può assicurare numerosi vantaggi alle aziende, tra cui scalabilità, maggiore misurabilità e controllabilità dei costi, migliore efficienza e tempestività nelle reazioni ai cambiamenti di business. In particolare, un vendor leader di mercato come HPE, grazie anche al supporto di un distributore come Tech Data, ha puntato tutte le sue carte sul cloud ibrido, visto come la soluzione migliore per assicurare l’integrazione tra il cloud vero e proprio e le precedenti infrastrutture e soluzioni on premise, frutto spesso di importanti investimenti effettuati dalle aziende nel passato. La risposta finale di HPE a questa esigenze è Sinergy, una piattaforma per il mondo data center, componibile e software defined, concepita proprio per coniugare applicazioni tradizionali e cloud native, in maniera tale da garantire la massima flessibilità alle aziende utenti e al canale di vendita.  Ai partner e al distributore, va poi il delicato compito di innestare queste e altre soluzioni nello specifico contesto di business del cliente finale.

Le cinque regole base per il ROI

Ciò non toglie che, anche con le migliori tecnologie e il più efficace supporto a disposizione, le imprese utenti possano avere dei dubbi sul ritorno economico del proprio investimento nella digitalizzazione. Un intervento di Alan Patrick, fondatore e CXO di Agile Elephant, ospitato sul blog di HPE, aiuta a definire cinque regole base per classificare il ROI di un investimento digitale.

1. Capire dove e come è stato creato il valore.
Occorre partire dalle basi, andando cioè a guardare tutti gli asset tangibili e intangibili di un’azienda, capendo nel dettaglio in che modo davvero si fanno i soldi. Gli asset tangibili sono naturalmente ricavi e costi. È fondamentale riesaminare tutti i potenziali modi in cui una soluzione di innovazione può creare valore, ad esempio aumentando i ricavi (caso classico incremento dei volumi) o con la riduzione del costo operativo (maggiore efficienza).

2. Scovare i benefici intangibili

I vantaggi immateriali sono quelli per i quali è più difficile quantificare il costo o il valore di vendita. Sono tipicamente presenti nelle aree “soft” di un’impresa, come il miglioramento della comunicazione o dell’ambiente di lavoro. Nonostante siano spesso trascurati, i vantaggi immateriali possono produrre ritorni reali. È noto, ad esempio, che i dipendenti felici fanno meno errori e prendono meno giorni di malattia. Inoltre ottengono migliori risultati nella vendita e nel servizio al cliente.

3. Utilizzare la tecnica Delphi
Come si accennava in precedenza, con l’utilizzo di nuovi metodi e tecnologie può essere difficile comprendere i vantaggi concreti derivanti da una trasformazione. Per comprenderli in tempi rapidi, il consiglio è di utilizzare una tecnica “Delphi” modificata: si mettono insieme persone che hanno familiarità con l’area commerciale e si chiedono loro di stimare i costi e i benefici del progetto proposto. In questo modo si ha la possibilità di scoprire una serie di preziose informazioni interne, utili per il calcolo del ROI, che difficilmente potrebbero venire fuori da una ricerca condotta in modo tradizionale.
4) Comparare:

Per calibrare al meglio il Roi del progetto, diventa importante confrontare il proprio progetto specifico di trasformazione digitale con quelli che offrono delle possibili similitudini.
5) Pilota

effettuare progetti pilota, che offrono minori esigenze di ROI e minori rischi. Non solo: essi consentono di risolvere i bug, suggerire nuove opportunità, superare le prevedibili opposizioni interne e stabilire un più esatto modello di ROI.

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Gianluigi Torchiani

Cagliaritano trapiantato a Milano, in dieci anni ha scritto di qualsiasi argomento. Papà, un passato in canoa olimpica e un presente nel calcetto. Patito di classic rock. Redattore #Digital4Trade