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Ricerche

Siete pronti per il cloud?

di Gianluigi Torchiani

18 Gen 2017

400 system integrator, un valore unico e senza precedenti. Una ricerca originale sviluppata da Digital4Trade in collaborazione con Partner4Innovations per capire, concretamente, il livello di maturità del canale in fatto di Nuvole. Chi, come e perché sta scommettendo sul cloud e chi invece sta aspettando? Cosa piace e cosa invece fa paura al canale? Le risposte sono tutte qui

Il mercato del cloud, da qualche anno a questa parte, sta conoscendo una crescita importante anche in Italia. Trasformando abitudini e strategia degli operatori del mondo IT. Una trasformazione da cui non potevano rimanere immuni gli operatori di canale che, pure, quando la rivoluzione della nuvola era ai suoi albori, apparivano piuttosto scettici nei confronti di questa tecnologia. Se non addirittura spaventati, dato il rischio disintermediazione che il cloud sembrava portare con sé. Oggi però le cose sembrano estremamente cambiate, tanto che circa la metà dei system integrator italiani è impegnato attivamente sulla nuvola.

È quanto emerge da una ricerca esclusiva effettuata da Digital4Trade, condotta nei mesi scorsi su ben 394 operatori del mondo del trade (in buona parte system integrator e Isv), che permette di comprendere il livello di maturità raggiunto su questa tecnologia. Il primo dato che balza all’occhio riguarda per l’appunto la penetrazione oggi raggiunta dal cloud: ben il 49% delle imprese del canale offre un qualche tipo di servizio. Una percentuale che non è troppo lontana dai business storici del settore, come la vendita di soluzioni sviluppate in casa (68%), l’integrazione di prodotti di terzi (57%), la commercializzazione di hardware e networking (54%). Addirittura oggi ci sono più SI attivi nella nuvola piuttosto che nella gestione infrastrutturale e nell’outsourcing (47%).

Tutti numeri che, secondo quanto commenta uno dei responsabili della ricerca, Andrea Gaschi, Associate Partner di Partners for Innovation «sono abbastanza in linea con altre ricerche simili che sono state condotte nel recente passato. Ormai il cloud è presente nel catalogo di una buona fetta delle aziende di questo settore. Anche se, occorre precisarlo, nella grande maggioranza dei casi la nuvola non rappresenta certo la quota prevalente del fatturato. Bisogna poi considerare che è abbastanza difficile estrapolare il peso del cloud dal giro d’affari complessivo delle aziende, anche perché spesso si trova all’interno di progetti più ampi».

Un aspetto positivo è che, una volta rotto il ghiaccio, il canale italiano sembra essere disposto a investire ulteriormente sul cloud, che probabilmente è in grado di apportare delle opportunità economiche importanti: ben il 69% di quelli che hanno già investito è infatti interessato a estendere i propri servizi cloud a portafoglio. In negativo, invece, è il dato che, tra la metà di quelli che non hanno ancora sperimentato la nuvola, soltanto un quinto sembra propenso a cambiare idea. «Tendenzialmente, chi ha già provato a vendere una qualche soluzione cloud è probabile che abbia vissuto un’esperienza positiva, dunque in gran parte sono orientati ad allargare la propria offerta, introducendo qualcosa di nuovo. Se invece non hanno ancora fatto niente sinora, è più difficile che si mettano improvvisamente a farlo. Perchè? in buona parte per motivazioni di tipo culturale. In buona sostanza si pensa che il proprio modello di business non sia adattabile al cloud. Insomma, c’è ancora un rifiuto un po’ di principio, senza grandi ragioni sostanziali alla base. A testimonianza che c’è ancora un lavoro culturale da fare», mette in luce Gaschi.

In effetti, tra chi non è interessato al cloud, le giustificazioni indicate riguardano soprattutto la mancanza di interesse da parte dei clienti e l’incompatibilità delle soluzioni offerte. Da notare che c’è un 8% di non attivi che ammette una carenza di competenze tecniche al proprio interno. Invece, tra coloro che non vogliono allargare ulteriormente la propria offerta, è presente il timore di cannibalizzare il resto del business tradizionale (10%). A testimonianza che qualche resistenza permane, persino tra chi è già pratico del funzionamento del modello commerciale. Restano poi delle barriere da superare da parte dei clienti finali, che poi sono sostanzialmente quelle che si sentono ripetere da diversi anni a questa parte: una percezione di scarsa sicurezza da parte degli utenti, la mancata conoscenza delle soluzioni, il rispetto delle norme sulla privacy, l’affidabilità della rete dati.

Un fattore che emerge abbastanza chiaramente dalla ricerca è che la propensione al cloud aumenta di pari passo con l’incremento della dimensione aziendale: tra gli operatori con un fatturato compreso tra gli 1 e i 3 milioni di euro la nuvola riscuote meno successo, tanto da essere approcciata soltanto dal 40%. Esattamente nella media (49%) sono invece i system integrator con un giro d’affari sino a 10 milioni di euro, mentre i numeri sono superiori (61%) per quelle aziende che superano questa soglia economica. Insomma, la propensione ad affrontare una partita complessa come quella del cloud, è maggiore tra le imprese con le spalle più larghe, che hanno avuto più risorse – economiche e non solo – per investire in tempo di crisi in una tecnologia che ancora qualche tempo fa era considerata ricca di incognite. Anche se ricorda Gaschi, «questo non significa comunque che i piccoli siano tagliati fuori, il cloud rappresenta infatti un’opportunità trasversale. Piuttosto, è probabile che i grandi si siano mossi prima, mentre invece la partenza delle aziende minori in questo mercato può essere più faticosa».

Da un punto di vista operativo i system integrator nazionali utilizzano diverse soluzioni: in primis, naturalmente, i grandi service provider stranieri (43%) e italiani (29%), ma sono tanti (ben il 36%) anche quelli che mettono a disposizione dei data center proprietari. Un numero, quest’ultimo, che si presta a qualche interpretazione, secondo l’esperto di Partners for Innovation: «Si tratta di una delle alternative che gli operatori hanno a disposizione. Magari non tutti i data center sono “proprietari” in senso stretto. Molti system integrator li considerano tali anche quando le loro macchine sono installate fisicamente in uno stabilimento di proprietà di terzi. In ogni caso, queste aziende non stanno semplicemente limitandosi a rivendere un servizio offerto da qualcun altro». Quando i SI optano per i service provider sono alla ricerca di caratteristiche che consentano di vincere le eventuali resistenze dei clienti; dunque valutano con attenzione policy e procedure di sicurezza, livelli di disponibilità e la qualità del supporto fornito.

Il pricing, un po’ a sorpresa non è tra i criteri determinanti, tanto da essere indicato “solo” dal 13% del campione.
Parlare di cloud significa però parlare di una famiglia di soluzioni molto diverse tra loro. La ricerca è andata a indagare verso quale tipologia di cloud si vogliono orientare? Le idee degli operatori sembrano ben chiare: l’interesse è rivolto soprattutto verso soluzioni applicative erogate attraverso infrastrutture, mentre minore è l’appeal del Software as a service. Gli intervistati, in entrambi i casi, fanno comunque poca differenza tra l’adozione di soluzioni proprietarie o di terze parti. La scelta di investire ancora nel cloud, ovviamente, non viene fatta tanto per amore della tecnologia in sé: i system integrator vedono l’opportunità di attrarre nuovi clienti (49%). Ma esiste una forte domanda (38%) anche da parte degli utenti finali che spinge il canale al raddoppio degli sforzi. Quasi altrettanti operatori fanno poi riferimento alla necessità di introdurre prodotti/servizi a più alta marginalità.

 

Dai numeri della ricerca emergono comunque delle differenze importanti tra chi non ancora lavora nel cloud e quelli che sono interessati ad allargare la propria offerta. «Nel primo caso è nettamente più forte l’interesse verso lo Iaas. Il motivo è che più facile partire da questo tipo di investimento. Risulta infatti complicato riscrivere da capo una soluzione software proprietaria per il cloud. È più semplice metterla nel cloud di qualcun altro e da lì erogarla al cliente finale. È vero che la preferenza per lo Iaas primeggia anche tra coloro che hanno già un portafoglio cloud e sono interessati a estenderlo, ma in questo caso la distanza con il Saas è meno marcata, a testimonianza di una maggiore maturità di questi operatori», evidenzia Gaschi.

In conclusione, la ricerca condotta da Digital4Trade evidenzia come gli operatori del Trade abbiano approntato o siano pronti a mettere in atto dei cambiamenti in tutte le aree della catena del valore, proprio per venire incontro ai mutamenti strategici imposti dal cloud. Dunque spazio alle innovazioni organizzative nella ricerca e sviluppo, nel marketing ma anche nella progettazione, senza dimenticare supporto e assistenza.

«Non si può prescindere da mettere mano a tutta quanta la propria organizzazione per essere efficaci sul mercato. Tanto che almeno l’80% del campione sta facendo interventi di questo tipo o li ha già messi in campo. A testimonianza che i system integrator hanno recepito il messaggio che per far bene nel mondo del cloud occorre fare qualcosa. Ad esempio ci sono tante aziende (ben il 42%) che cercano persone che possiedono competenze specifiche in materia. Con un impatto destinato a essere molto importante per l’intero ecosistema IT», conclude Gaschi. Insomma la strada da percorrere verso il cloud è ancora lunga e non priva di ostacoli. Ma il canale italiano sembra avere imboccato il sentiero della maturità.

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Gianluigi Torchiani

Cagliaritano trapiantato a Milano, in dieci anni ha scritto di qualsiasi argomento. Papà, un passato in canoa olimpica e un presente nel calcetto. Patito di classic rock. Redattore #Digital4Trade