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Superare complessità e mancanza di standard, la missione possibile di Esa

di Redazione #Digital4Trade

15 Giu 2015

L’Agenzia Spaziale europea si trova a dover gestire un’architettura It senza paragoni per ramificazione e articolazione. Anche nella sede operativa di Frascati. La via d’uscita passa dal cloud ibrido

Poche altre organizzazioni possono vantare un raggio di azione così esteso come l’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, tra le cui venti nazioni aderenti c’è anche l’Italia, con una delle otto sedi operative a Frascati. 

Una storia iniziata oltre cinquanta anni fa, arrivata oggi a coinvolgere 2.200 impiegati e gestire un bilancio superiore ai quattro miliardi di euro. Tra i punti di forza, 18 satelliti attualmente in opera e sei tipi di lanciatori sviluppati. Dal punto di vista della relativa infrastruttura It alle spalle, cifre letteralmente spaziali, capaci di far perdere il sonno anche al più volonteroso dei Cio. Una realtà inoltre, dove la natura scientifica delle attrezzature convive con la componente amministrativa e organizzativa, in una combinazione unica per dimensioni, estensione e complessità.

“In totale, la nostra base è formata da cinquemila utenti interni, ai quali se ne aggiungono altri 40mila esterni – racconta Filippo Angelucci, Cio e responsabile del dipartimento It di Esa -. Il nostro staff It locale è tuttavia composto da 55 persone, per cui ricorriamo spesso all’outsourcing, in genere in modalità managed services”.

Nonostante la natura europea, in realtà Esa è presente in tutto il mondo, direttamente attraverso uffici e basi di lancio o indirettamente attraverso collaborazioni. La relativa architettura It si rivela quindi unica nel proprio genere. “Abbiamo una serie di data center di proprietà, ma ci appoggiamo anche ad altri esterni per le funzioni non strettamente legate alla parte corporate – prosegue Angelucci -. Spesso, le operazioni di calcolo vengono decentralizzate e distribuite”. Inoltre, la netta differenza tra It di base e quella dei sistemi spaziali è praticamente scomparsa, con strumenti di uso quotidiano in grado di supportare i calcoli scientifici, estendendo quindi a dismisura la complessità.

Ne è scaturito una sorta di cloud naturale, sviluppato nel tempo per assecondare le esigenze di comunicazione ed elaborazione degli scienziati sparsi nel mondo. “Nei centri più grossi, spesso tecnici e ingegneri hanno a disposizione veri e propri piccoli data center per quantità di risorse disponibili – riprende Angelucci -. Una situazione però sempre più difficile da gestire, sollevando quindi l’esigenza di aumentare il livello di ridondanza e soprattutto concentrare tante risorse sparse ovunque nell’organizzazione”.

In pratica, sposare una filosofia cloud, mantenendo però la necessaria libertà d’azione, evitando con attenzione il pericolo di un lock-in. “I singoli direttorati hanno budget e risorse indipendenti, arrivando a costruirsi sistemi propri. In una visione estesa, questo crea difficoltà di gestione e sicurezza. In assenza di policy ufficiali, il nostro compito è creare una soluzione per attirare le risorse e centralizzarle”.

Un compito tutt’altro che facile, soprattutto considerando la mancanza di riferimenti a cui ispirarsi, la cui soluzione si sviluppa da riferimenti certi. “L’intenzione era partire con un cloud privato, indispensabile per le grandi esigenze di controllo e sicurezza. Orange Business Services era il nostro fornitore storico per quanto riguarda la connettività e a loro abbiamo deciso di affidarci anche per questa evoluzione. Abbiamo così realizzato un data center in Italia, con ridondanza geografica in Germania e una politica di sicurezza di primo ordine, finalizzata a mantenere la necessaria segretazione dei dati”.

Un altro elemento importante, è praticamente l’impossibilità nell’imporre nuove regole o cambiare abitudini radicate da tempo in favore di uno standard imposto, preferendo stimolare l’adesione volontaria. “Avviato il progetto a novembre 2014, stiamo migrando risorse sul cloud interno, sviluppandolo al fine di garantire maggiore ridondanza e coinvolgere sempre più utenti offrendo loro vantaggi evidenti”.

Di fatto, un nuovo fronte della realtà dove la comunicazione tra parte operativa e manageriale diventa cruciale. “Non è facile cambiare la mentalità di persone di natura tecnica e scientifica, chiamate ora a confrontarsi con i processi di business – riflette Angelucci -. Bisogna imparare a usare la tecnologia non solo come modo per automatizzare, ma anche come soluzione per trasformare i processi. È compito anche nostro fare da tramite tra chi produce i satelliti e la parte commerciale”.

I primi risultati, non hanno tardato a offrire rassicurazioni sull’aver intrapreso la giusta direzione, al punto da indurre a spingersi oltre. “Insieme al Cern e a Embl, abbiamo creato Helix Nebula, una sorta di cloud federato, con standard comuni, utile a estendere all’occorrenza le potenzialità di calcolo e storage. Sul mercato non c’era niente in grado di rispondere a queste esigenze e con prezzi accessibili”.

Fermo restando la volontà di mantenere attive più collaborazioni, senza stringere rapporti in esclusiva con i fornitori, il supporto di Orange Business Services resta determinante e aiuta Esa a impostare le prossime tappe. “Dopo la prima fase infrastrutturale, il cloud sta evolvendo in direzione dei servizi – conclude Angelucci -. Si va verso un cloud pubblico destinato a convivere con quelli privati, in favore di standardizzazione e applicazioni SaaS con relativo abbattimento dei corti legati all’It. Ormai, investire su strutture corporate diventate commodity ha sempre meno senso. La parte importante sono i dati ed è su quelli che bisogna concentrarsi: proteggerli, integrarli, combinarli e analizzarli”.

 

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