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Tendenze

IBM: quando open source fa rima con innovazione

di Giorgio Fusari

08 Ago 2016

Al centro dell’evento IBM Open Innovation il modello di sviluppo software del codice aperto, e la sua capacità di semplificare la creazione di servizi digitali innovativi

Il software open source è alla base dei quattro pilastri – mobility, cloud, social business, big data/analytics – della trasformazione digitale, e quest’anno, nel mondo, l’80% delle organizzazioni che prenderanno decisioni d’acquisto dell’infrastruttura hardware saranno influenzate dal modello del codice libero. Per il 2018 il 20% delle aziende avranno attuato una strategia ’open source/OpenStack first’ per le nuove applicazioni sviluppate con metodologie DevOps: nell’esporre questi dati lo scorso luglio, in apertura dell’evento IBM Open Innovation, Sergio Patano, IT research & consulting manager di IDC Italia, mostra anche il trend di penetrazione di Linux nel mercato dei server in Italia.

Se nel 2010 il Pinguino non arrivava al 20%, nel 2020 IDC prevede un tasso di penetrazione del 25%. Tra le ragioni di tali risultati, Patano individua il merito del software open source di aver contribuito a creare un livello di unificazione e ’standardizzazione’ nel settore, ad esempio perché con Linux i prodotti di fornitori differenti hanno molte similitudini, e si può migrare da una distribuzione a un’altra con relativa facilità. Un settore, quello open source, in cui Big Blue, sottolinea Massimo Rinaldi, sales manager IBM Systems di IBM italia, è attiva da 15 anni attraverso varie iniziative: tra le più recenti, nel 2013, la nascita della OpenPOWER Foundation, una comunità tecnica aperta, basata sull’architettura Power di IBM, e il cui obiettivo è creare un ecosistema open, disposto a condividere competenze, investimenti e proprietà intellettuale di classe server, per facilitare l’innovazione, a livello hardware e software, e semplificare la progettazione dei sistemi.

 

 

 

 

Gianni Anguilletti, Country Manager Italia di Red Hat
In una digital transformation dominata dal paradigma ’software-defined’ e dove velocemente fioriscono di continuo nuove startup, l’open source è oggi un punto di riferimento in molti ambiti software, ricorda Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat Italia: nel cloud, con OpenStack; nei big data e nella IoT, con Hadoop; nel mondo DevOps, con Maven, Jenkins, OpenShift; nei container, con Linux, Docker, Kubernetes; nell’ambito dell’integrazione, con Apache Camel, ActiveMQ, Jboss Fuse; nel settore mobile, con Android. E ciò perché l’open source, attraverso il lavoro e la collaborazione di grandi comunità di sviluppatori, permette di risolvere problemi complessi, per i quali la tecnologia di un solo fornitore non sarebbe sufficiente. Con IBM, conclude Anguilletti, Red Hat ha una partnership che dura da 17 anni; e sistemi operativi come Red Hat Enterprise Linux (RHEL), certificato su tutte le piattaforme server IBM, inclusa Power Systems.

L’open source sta giocando un ruolo chiave anche nell’evoluzione dell’offerta commerciale di Edison, alla ricerca, spiega Francesco Rutigliano – nella società responsabile innovazione IT, architettura applicativa e quality assurance – di nuovi punti di contatto con i clienti, per proporre servizi innovativi in grado di aumentare il livello di fidelizzazione. In questo processo, sottolinea, l’open source è diventato un tema centrale, perché «molto spesso all’interno di questi software si trovano elementi innovativi che talvolta è difficile trovare nelle soluzioni di mercato». Nell’ultimo anno Edison ha dato un forte impulso all’adozione del modello open source, con progetti pilota per sperimentare possibili applicazioni dei big data all’interno dell’azienda. I test, eseguiti con un’applicazione basata su tecnologia Hadoop, hanno puntato su due aspetti: da un lato l’opportunità di usare i dati non strutturati (testi, chat, messaggi vocali) provenienti dai clienti; dall’altro, analizzare le informazioni ricavate dal funzionamento degli impianti per verificare, ad esempio, il livello di efficienza nell’erogazione dei servizi.

Giorgio Fusari

Contributing Editor #Digital4